Imparare a confessarsi bene e spesso è indispensabile
per vivere una vita cristiana degna di questo nome

Confessarsi oggi è cosa alquanto rara. Fare una confessione e non uno
sterile colloquio cosa rarissima. Confessarsi bene cosa quasi del tutto
inesistente. Vediamo perché.
Il Concilio di Firenze (1438-1445), fu il primo Concilio ecumenico cattolico che formulò una dottrina sistematica e completa sui sette sacramenti e il loro contenuto. A proposito del sacramento
della penitenza dà un insegnamento tanto sobrio ed essenziale quanto
chiaro ed esaustivo.
“Il quarto sacramento è la penitenza, di cui – per così
dire – gli atti del penitente sono la materia, distinti in tre gruppi: il primo
di essi è la contrizione del cuore, che consiste nel dolore del peccato
commesso accompagnato dal proposito di non peccare in avvenire. Il secondo è la
confessione orale, nella quale il peccatore confessa integralmente al suo
sacerdote tutti i peccati di cui ha memoria. Il terzo è la penitenza per i
peccati, secondo quanto stabilisce il sacerdote. Si soddisfa a ciò specialmente
con la preghiera, il digiuno e con l’elemosina. Forma di questo sacramento sono
le parole dell’assoluzione, che il sacerdote pronuncia quando dice: ‘io ti
assolvo’. Ministro di questo sacramento è il sacerdote, che può assolvere con autorità
ordinaria o delegata dal proprio superiore. Effetto di questo sacramento è
l’assoluzione dai peccati”
(Denz 1323)
Ho parlato di essenzialità nell’esporre la
dottrina accompagnata da chiarezza ed esaustività. In queste poche battute,
infatti, è contenuto il cuore della dottrina su questo importantissimo
sacramento, rarissimamente celebrato come si deve, soprattutto in
considerazione del fatto che la “materia” di esso sono gli atti del penitente
e, purtroppo, quasi sempre sono posti in essere in maniera molto lacunosa e
imperfetta quando non addirittura totalmente inesistente. Il Concilio usa la
perifrasi “per così dire” per far comprendere l’assoluta singolarità della
materia di questo sacramento, in cui essa non è un elemento sensibile, ma una
serie di atti liberi e personali. Vedremo che il Concilio di Trento,
consapevole di questa difficoltà, parlerà di “quasi-materia”. In ogni caso
questo significa che se il penitente non pone bene in essere i tre atti
(contrizione, confessione e penitenza) che costituiscono la singolare materia
di questo sacramento, esso sarà totalmente invalido, inutile, inefficace o anche addirittura sacrilego, non meno di come lo sarebbe un battesimo amministrato – mi si
perdonino le espressioni – col whisky o una santa Messa celebrata con biscotti
e coca cola. Questo significa che se il peccatore che va a confessarsi, ad esempio, non
prova vero dolore per il peccato commesso, a cui deve essere necessariamente unito il proposito di
non peccare più, la confessione è nulla e sacrilega. Questo discorso deve
essere ben compreso e meditato dai peccatori abituali o recidivi, che pensano
di poter spensieratamente commettere peccato mortale su peccato mortale (e
questo vale specialmente per ciò che concerne il sesto e il terzo comandamento) e poi,
saltuariamente, confessarsi (per poter fare la comunione) senza la minima
intenzione di correggersi. Era per la carenza di questo essenziale requisito –
da lui conosciuto in via soprannaturale – che san Pio da Pietrelcina rimandava
la maggior parte dei penitenti senza l’assoluzione sacramentale. Analogo
discorso vale per la confessione, ossia l'accusa dei peccati. Innumerevoli sono le confessioni che si
riducono, a seconda dei casi, ad un semplice sfogo per problemi di varia natura, ad un vano chiacchiericcio
o addirittura, in alcune circostanze, ad una totale assenza nella confessione
della benché minima ombra di peccato accusato. E’ gravissimo oltraggio a questo
sacramento profanarlo in questo modo. In confessionale si entra per umiliarsi
dei peccati commessi e chiederne perdono a Dio, dopo essersi preparati con
l’esame di coscienza quotidiano o immediatamente precedente la confessione,
lasciando fuori dalla sfera sacramentale tutto ciò che non attiene in senso
stretto alle colpe di cui accusarsi per ottenerne la remissione. Innumerevoli
sono anche le confessioni in cui il penitente non confessa colpe gravissime
perché le ritiene non tali, oppure perché, pur essendone consapevole, teme i
rimproveri del sacerdote o si vergogna per la particolare scabrosità di alcuni
peccati sommamente ripugnanti o degradanti. Anche in quest’ultimo caso si
commette una grave profanazione del sacramento e si esce dal confessionale non assolti e riconciliati, ma con
l’anima ulteriormente gravata da questa orribile colpa. A volte i penitenti
vanno in cerca di qualche confessore compiacente che li scusi o, peggio, li
confermi nel male. In questo caso, sempre citando il grande santo stigmatizzato del
Gargano, badino di non illudersi perché l’unica cosa che succede è che si andrà
all’Inferno in compagnia di tale arrogante e superbo confessore che pensa di
essere più grande di Domine Iddio, concedendo dispense o permessi che solo Lui
avrebbe il potere di dare (e che mai dà, quando si tratta della sua santa Legge)! Anche l’ultimo atto, ossia la soddisfazione, è spesso vissuto con leggerezza
dai penitenti. La penitenza sacramentale, infatti – che un tempo doveva essere
eseguita prima di ricevere
l’assoluzione – è parte integrante di questo sacramento e deve essere compiuta – sotto pena di peccato mortale (e sacrilegio) – con puntualità e precisione.
Se il confessore dà una penitenza consistente in una singola preghiera o opera
penitenziale (per esempio un digiuno o un'elemosina) essa va adempiuta se possibile
immediatamente o almeno il più presto possibile. Se si tratta di opere che
devono protrarsi per un certo lasso di tempo, esse vanno eseguite fedelmente
secondo le indicazioni del confessore, con puntuale scrupolo, senza darsi
facili dispense che possono ordinariamente essere concesse solo dal confessore
che ha ascoltato la precedente confessione, salva sempre l’autorità del
superiore ecclesiastico (parroco o vescovo). Ricordino i confessori che qualora consti loro con
certezza morale che anche uno solo di questi requisiti è totalmente assente,
non è loro consentito di impartire alcuna assoluzione, che sarebbe atto
temerario e illecito e quindi non sottoscritto da Dio e che renderebbe tali
incauti ministri responsabili di peccato mortale dinanzi alla divina giustizia, stante il chiaro insegnamento al riguardo di santi del calibro di sant'Alfonso M. De Liguori, patrono dei confessori e dei moralisti.
Anche altre trascuratezze di cui non di rado si lamentano i penitenti (che non
sempre sono essenziali, ma che comunque fanno parte del decoro e del rispetto
dovuto al sacramento) quali il confessare senza cotta (o camice) e stola, non
far recitare l’atto di dolore, non dare alcuna penitenza, avere delle modalità
talora eccessivamente confidenziali, sono risolutamente da evitare e da
bandire. Non tolgono la validità al sacramento, ma certamente costituiscono serie mancanze alla sua dignità ed integrità e non possono né devono commettersi a cuor leggero.
Per rimettere i peccati degli uomini Gesù Cristo ha versato fino
all’ultima goccia di sangue. Tutti, dunque, penitenti e confessori, abbiano
grande cura e rispetto per questo sublime e provvidenziale sacramento, di cui
tutti abbiamo costante e continuo bisogno.