VADEMECUM
PER UNA DEVOTA FREQUENTAZIONE
DELLA CASA DI DIO
E PER UN BUON RAPPORTO CON GESù
EUCARISTIA
1. Il luogo sacro: tempio e casa di Dio
In
tutti i popoli ed in tutte le culture, da sempre, si è avvertita l’esigenza di
delimitare uno spazio, circoscrivere un luogo, determinare un ambiente che
favorisse l’incontro tra l’uomo e la divinità. Noi italiani possiamo tuttora
oggi ammirare le rovine degli antichi (e splendidi) templi pagani di Roma, ma
lo stesso possono fare in Grecia, in America Latina, in Africa, in Asia: l’uomo
ha sempre sentito che doveva esserci Qualcosa, o meglio Qualcuno di più grande di lui e che era necessario definire un
posto in cui fosse possibile cercare una qualche forma di contatto con questo
Misterioso Essere. Gli Ebrei, nostri padri e fratelli maggiori (così li definì
Giovanni Paolo II), costruirono a Dio un tempio grande, meraviglioso e
imponente, purtroppo completamente raso al suolo dall’Imperatore Adriano e di
cui oggi si possono ammirare solo le fondamenta del lato occidentale (il famoso
“Muro del pianto”): essi sapevano e credevano che nel cuore del Tempio ci fosse
la presenza viva e vera di Jahvè, la dimora della sua Gloria, un luogo in cui
Egli era, parlava ed ascoltava le preghiere di ogni figlio del suo popolo. Con
l’avvento del Cristianesimo questa convinzione si è ulteriormente rafforzata:
Gesù, infatti, ha istituito il sacramento dell’Eucaristia, in cui, per un
miracolo a noi incomprensibile e di cui gli angeli stessi stupiscono, trasforma
la sostanza del pane senza lievito nella sua vera Carne, in cui Egli è e rimane
presente sostanzialmente, ovvero con
tutto se stesso: Corpo, Sangue, Anima e Divinità. La Chiesa ha chiamato questo
miracolo con il nome di transustanziazione,
termine che significa per l’appunto “cambiamento di sostanza”: non più pane di
farina, ma Gesù in persona. Fin quando sussistono le sacre specie, dunque, Egli
è personalmente e realmente presente in esse. Nelle nostre
Chiese, dunque, nei tabernacoli di esse, c’è la presenza viva, vera, reale e
personale di nostro Signore Gesù Cristo: sono la Casa di Dio per eccellenza, in
cui abita Dio in persona, con una
presenza viva e vera (anche se silenziosa e misteriosa), che richiede di essere
creduta, riconosciuta ed onorata come merita.
2. Il tempio è una casa di preghiera
Fu
Gesù in persona, quando scacciò i mercanti dal Tempio, a pronunciare questa
frase: “il tempio è una casa di preghiera”.
Vuol dire che tutto ciò che si fa, che si dice e che si svolge al suo interno
deve avere come fine la preghiera, ovvero deve favorire la preghiera o almeno non impedirla o disturbarla. La
preghiera, dice santa Teresa, non è altro che un intimo dialogo e colloquio con
Colui che ci ama infinitamente e che si compiace di ascoltarci, di esaudirci,
di parlarci. La Sua Voce, però, non è suono percepibile dall’orecchio, ma un
pensiero dolce e soave, intimo e delicato, che io magari percepisco come “un
mio pensiero”, quando invece è la Voce del mio Dio che parla al mio cuore. È
necessario un grande raccoglimento e un profondo silenzio per poterla udire:
ecco perché, nelle nostre Chiese, è richiesta una grande attenzione per
mantenere un clima di profondissimo silenzio,
dentro il luogo sacro e, possibilmente, anche nella zona circostante. Bisogna
pian piano abituarsi a non parlare mai ad alta voce, ma sempre a voce sommessa,
quasi soffu sa e parlare solo di
ciò che è indispensabile dire o che la carità fraterna esige che sia detto. Si
può senza dubbio pregare ad alta voce, cantare al Signore con tutto il cuore,
leggere la sua Parola, commentarla, fare una catechesi in Chiesa; ma non
“chiacchierare”, nemmeno fare una buona e amichevole conversazione, cose che
rivestono una grande importanza e valenza anche per noi cristiani, ma che non
trovano nel luogo Sacro il luogo ideale per svolgersi. Quando sono in Chiesa
sono più che mai alla presenza di Dio (anche se Lui mi vede sempre e dovunque
mi trovo); ma sono anche nel luogo che è consacrato perché lo si usi solo per
ciò che attiene al suo onore, al suo culto, alla sua ricerca. Tutto quello che
noi vediamo in una Chiesa cristiana, la bellezza degli arredi sacri,
l’architettura, le sculture, le pitture, gli strumenti del culto, sono pensati,
voluti e fatti solo per rendere culto a Dio, per dirgli che Lui è bello, che
Lui solo è grande, che Lui solo merita tutto il nostro amore, tutta la nostra
dedizione, tutta la nostra adorazione. Ed anche per aiutare chiunque entra nel
luogo Sacro (anche attraverso la sua bellezza di cui tanto parla Papa Benedetto
XVI) a prendere coscienza della Bellezza di Dio: la Chiesa, casa e tempio di
Dio, dovrebbe essere una rappresentazione (in piccolo) di ciò che è il
Paradiso, dove Dio ed i santi abitano in una felicità e delizia piena e
sempiterna: entrando in Chiesa, osservandone il decoro, la pulizia ed anche la
bellezza (anche modesta, ma sempre dignitosa), ognuno di noi dovrebbe sentire
un po’ di nostalgia di Dio e del Paradiso. Il nostro silenzio, il nostro modo di
comportarci, il nostro modo decoroso
e dignitoso di vestire, di stare ed intrattenerci nel luogo sacro è una
parola che noi diciamo a Dio ed anche agli altri. Padre Pio raccomandava ai
suoi figli spirituali di essere irreprensibili nel modo di stare nel luogo
sacro, proprio perché questo rivela il nostro senso del soprannaturale, la
nostra percezione della grandezza dell’Altissimo, il nostro delicato, devoto,
garbato e filiale modo di manifestargli tutto il nostro affetto, amore e
adorazione.
3. Alcune indicazioni pratiche
La prima cosa da fare,
appena si entra in Chiesa, è volgere lo sguardo verso il Tabernacolo, che è
indicato dalla lampada che brilla ininterrottamente a fianco ad esso, e adorare
il Signore, realmente presente nel Tabernacolo, con il gesto della genuflessione, che consiste nel piegare
il ginocchio destro, toccando con esso la terra, mentre mentalmente si rivolge
un’espressione di amorevole saluto al Signore. Dopo la genuflessione, il primo
gesto da compiere è il segno della croce, preferibilmente con l’acqua santa,
avendo cura di compiere questo gesto con rispetto e devozione, mai in modo
frettoloso o distratto. Con questo semplice gesto, infatti, si compiono
moltissimi atti di fede: si dichiara di credere nella Santissima Trinità, le
cui tre divine Persone si nominano (“nel
nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo); tracciando il segno
della croce, ci si ricorda del patibolo su cui nostro Signore Gesù è stato
ucciso, per salvarci dai nostri peccati; questi due misteri (che sono quelli
principali della nostra fede cattolica) ci si impegna a tenerli fissi nella
mente (si porta la mano su di essa), ad amarli con tutto il cuore (si porta la
mano sul cuore) a servirli con tutte le forze (si porta la mano sulle due
spalle): e questo, come insegna Gesù, è il primo e il più grande di tutti i
comandamenti (“amerai il Signore tuo Dio
con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutte le tue forze”).
Fatti questi gesti, si può andare al banco per rivolgere una preghiera a Gesù,
oppure accendere una candela (simbolo della nostra devozione: accendo una
candela per dire a Gesù, a Maria o a un santo, che voglio che la mia piccola
vita sia consumata per loro, come la fiamma consuma la cera della candela e per
“illuminarli”, ovvero per farli vedere a tutti attraverso la mia vita protesa verso la santità).
Padre Pio raccomandava, quando si prega in Chiesa, di non divagare con lo
sguardo, non girarsi a vedere chi entra e chi esce, etc.: rimango in dolce
colloquio con Gesù, gli parlo, lo ascolto, lo lodo, lo ringrazio, gli chiedo le
cose di cui ho bisogno. E quando uscirò dalla Chiesa compirò gli stessi gesti
di quando sono entrato. La piccola Bernardetta di Lourdes disse che rimase sbalordita
(in senso positivo) nel vedere come la Madonna si faceva il segno della Croce,
con quanto rispetto, amore e devozione; san Josè Maria Escrivà raccomandava ai
suoi figli di fare con molta devozione la genuflessione, evitando di fare
strani gesti o pseudo inchini che sembrano quasi “una burla”. Sono infatti gesti
che Gesù vede e con cui gli comunichiamo il nostro amore: pensiamo alla
differenza tra il ricevere una carezza o un bacetto affettuoso da un nostro
familiare, oppure un gesto di circostanza o un bacio dato per abitudine, freddo
e senza amore. L’Immacolata Vergine Maria Santissima, i Santi e il nostro Angelo
custode ci insegnino ad essere sempre molto delicati e affettuosi verso Gesù,
il cui Cuore che pulsa nei nostri Tabernacoli, è un roveto ardente di amore
sconfinato verso tutti e ciascuno di noi.
4. Il tempio è un luogo di culto: il sacrificio della
Santa Messa
Oltre
che casa di preghiera, il tempio è anche il luogo del culto, in cui si offre a
Dio il sacrificio a Lui gradito per eccellenza, anzi l’unico che Egli gradisce:
quello del Suo Figlio Santissimo, Vittima innocente che si è offerto in
olocausto al Padre per la nostra salvezza, distruggendo nel crogiuolo delle Sue
immense sofferenze tutti i nostri peccati, per ottenerci la riconciliazione con
il Padre, la Grazia che abita nelle nostre anime, la possibilità di vivere come
amici di Dio. Al Suo Sacrificio, che si perpetua nel corso del tempo e della
storia nel santo Sacrificio della Messa, Gesù associa la sua Chiesa, ovvero
ogni fedele battezzato, che da Gesù e in Gesù, per Lui e con Lui, deve imparare
a trasformare tutta la sua esistenza in “un’offerta viva gradita al Padre”,
offrendo a Dio la propria giornata, il proprio lavoro, le proprie piccole o
grandi sofferenze, in una parola tutto se stesso. Dio non cerca e non vuole
sacrifici di animali (come nell’Antico Testamento) e nemmeno le nostre cose, i
nostri beni: Dio desidera il nostro cuore, che Lui ha creato perché potesse
conoscerLo, amarLo e servirLo in questa vita, per goderLo eternamente in quella
che ci attende nel Cielo. Tutto questo si vive e si compie soprattutto nella
celebrazione della Santa Messa. All’inizio di essa tutti noi ci riconosciamo
piccoli e miseri davanti a Dio, bisognosi del suo perdono, della sua Parola e
della sua grazia (riti di introduzione e
atto penitenziale); poi ascoltiamo la sua Parola, che ci insegna a
distinguere il vero dal falso, il bene dal male, il bello dal brutto, perché la
mettiamo in pratica (liturgia della
Parola); poi professiamo la nostra fede in Dio e Gli eleviamo le nostre
suppliche (Credo e preghiera dei fedeli).
Nell’offertorio il sacerdote offre se
stesso e tutti noi come sacrifici viventi a Dio Padre, supplicandoLo che ci
accetti in unione al suo Figlio Gesù, divina Vittima (Ostia) che sarà immolata
nella liturgia eucaristica. Poi, il sacerdote ringrazia Dio e lo loda per tutti
i benefici che ci elargisce (Prefazio).
Finalmente si giunge al momento più solenne, più importante, più bello e più
grande che esiste nell’universo: attraverso la consacrazione Dio trasforma il pane ed il vino nel Corpo e nel Sangue
di Cristo, che vediamo separati come
lo furono sul Golgota, quando Gesù moriva offrendo la sua vita per noi nel
supplizio della Croce: tutto questo si compie qui ed ora in ogni
Messa che si celebra (liturgia
eucaristica). Dopo aver pregato il Padre con le parole insegnateci da Gesù,
si giunge all’altro momento cardine della Santa Messa: la santa Comunione, in cui si diventa una sola cosa con Gesù in
persona, in un mistero ineffabile che comprenderemo solo in cielo: divento una
sola carne, un solo sangue, un solo spirito, un solo cuore con Gesù. È la
massima unione possibile che si può avere con Dio su questa terra. Dovrebbe
diventare il momento in assoluto più bello della nostra vita. È il dono di
Gesù, che attende cuori grati e ben disposti ad accoglierlo.
5. Indicazioni per
una buona partecipazione alla santa Messa
I
Santi davano delle indicazioni molto semplici, ma anche molto incisive: se vuoi
partecipare bene alla santa Messa, vivila come se fosse la prima, come se fosse l’ultima,
come se fosse l’unica. Non c’è nulla
di più grande nell’universo, come insegnava Padre Pio. La partecipazione alla
santa Messa deve essere attenta (non
distrarsi e non divagare con gli occhi o col pensiero), degna (non ridere, non chiacchierare, rispondere recitando bene le
parti riservate ai fedeli), devota
(animata dal senso di stare alla presenza di Dio, stando in ginocchio almeno durante la consacrazione e dopo
la Comunione, atteggiamento che esprime l’adorazione che a Dio è dovuta e che i
santi raccomandavano: Padre Pio, se vedeva qualcuno in piedi alla sua Messa,
esclamava imperiosamente: “in ginocchio!”).
Vivere ogni momento della Messa in modo consapevole:
umiliandosi nei riti introduzione, ascoltando con attenzione durante la
liturgia della Parola, offrendosi a Dio durante l’Offertorio, adorando nel più
assoluto silenzio durante la consacrazione e la preghiera eucaristica, amando e
intrattenendosi in dolce colloquio con Gesù se lo si è ricevuto nella Comunione
sacramentale, oppure, se non ci si può accostare ad essa, fare la comunione spirituale, tanto raccomandata
dai Santi, rivolgendo a Gesù eucaristico parole come queste: “desidero riceverti, Signore Gesù, con la
purezza, l’umiltà e la devozione con cui ti ricevette la tua santissima Madre e
con lo spirito e il fervore dei santi”. Terminata la S. Messa è bene uscire
in silenzio e riservare l’area del sagrato della Chiesa per intrattenersi
fraternamente con i nostri fratelli e sorelle. I Santi raccomandavano di
dedicare un congruo tempo al ringraziamento.
Il silenzio dopo la comunione serve a questo.
6. Indicazioni
per una buona Comunione sacramentale
Per fare una buona comunione è necessario:
essere in grazia di Dio, ovvero non avere sulla coscienza alcun peccato grave non confessato, altrimenti è necessario prima confessarsi; rendersi
conto di Chi si va a ricevere, prendendo coscienza del dono che Dio ci fa nella
santa Comunione; desiderarlo con tutto il cuore; comunicarsi in modo degno e
devoto. Si ricordi che il modo attualmente ordinario di ricevere la comunione
nella Chiesa Cattolica è comunicarsi in
piedi ricevendo l’Ostia in bocca
(forma normale), dicendo “Amen” dopo
che il sacerdote ha detto “il Corpo di
Cristo” e facendo almeno un inchino profondo con la testa in segno di
adorazione. È comunque un diritto dei
fedeli che lo desiderano quello di ricevere la comunione in ginocchio, prassi
che la Chiesa e anche molti Pontefici (l'ultimo dei quali fu Benedetto XVI) hanno sempre lodato e incoraggiato
come espressione piena dell’adorazione
dovuta a Gesù eucaristia; ricevere la Santa Ostia sulle mani è una facoltà (non un diritto né tanto meno un dovere) che è stata concessa dalla
Santa Sede su richiesta dei Vescovi, purché si faccia attenzione alla pulizia
delle mani e a non lasciare cadere in terra alcun frammento, anche minimo, in
cui è presente Gesù tutto intero.
