Alla splendida e rara virtù della veracità, si oppongono i vizi della menzogna, della simulazione e dell’ipocrisia, volti a cercare di ingannare gli altri. All’amabile virtù dell’affabilità, invece, si oppongono l’adulazione e il litigio... Questi vizi offendono la giustizia e dunque sono molto sgraditi a Dio.
Proseguiamo il discorso sulla virtù cardinale della
giustizia, passando rapidamente in rassegna la sesta e la settima parte integrante.
La veracità è quella splendida virtù consistente
nel “dichiarare, senza alterazioni, le cose che sono, sono state e saranno”.
Comprende, quindi, sia il dire il vero su ciò che è stato e che è, sia la
fedeltà alla parola data (“le cose che saranno”). Una virtù assai rara, ma
molto necessaria tra gli uomini. Si pensi ad un mondo in cui nessuno mentisse e
tutti fossero fedeli alla parola data e facilmente si comprenderà la bellezza e
l’importanza di questa virtù, i cui vizi opposti sono la menzogna, la
simulazione, l’ipocrisia, la millanteria (o iattanza) e l’ironia. La menzogna:
è una “dichiarazione falsa fatta con l’intenzione di ingannare” e può essere di tre specie: dannosa, giocosa e di scusa
(o “bianca”). La
prima può spesso essere peccato mortale, le altre sono sempre e comunque
peccati veniali, ma non devono essere commesse a cuor leggero (Padre Pio era
molto severo anche con una sola bugia bianca o di scusa), perché sono sempre
trasgressioni all’ottavo comandamento. Non si cade nella menzogna quando si
evita, per ragioni di necessità, di prudenza o per altre buone cause, di dire
tutta la verità, oppure si risponde in maniera generica o ambigua a chi fa
domande indebite, indiscrete o inopportune, dando alla risposta il senso (vero
ma non completo) che si desidera. Non è semplice imparare questa “tecnica” (mi
si passi l’espressione), ma si può ed è molto necessario, onde contemperare la
duplice esigenza di non moltiplicare i peccati veniali mentendo e, al tempo
stesso, di non compromettere una serie di beni o di persone rivelando ciò che
deve essere mantenuto segreto. La simulazione differisce dalla menzogna
nella modalità in cui si perpetra, perché mentre la menzogna altera la verità a
parole (con una dichiarazione falsa), la simulazione è la menzogna posta in
essere con opere e azioni (far credere qualcosa che non è, con comportamenti
rivolti a questo fine). Vale, ovviamente in questo caso, quanto appena detto
circa la menzogna, le sue specie e i casi in cui non è peccato. L’ipocrisia è una
forma di simulazione particolarmente odiosa, tristemente incarnata dai farisei
del Vangelo, gli unici contro cui Gesù usò parole e gesti assai severi e a
tratti duri: consiste infatti nella simulazione (esteriore) della santità oppure della retta intenzione, allo scopo di apparire
diversi da quello che si è o (peggio) di tendere insidie al prossimo. Inutile
puntualizzare che si tratta senza dubbio di un peccato mortale e
particolarmente odioso a Dio. Similmente assai fastidiosa è la millanteria (o iattanza), ossia l’innalzare se stessi dicendo di sé cose superiori alla
realtà,
peccato frequentissimo e diffusissimo e assai poco confessato. Nasce dalla
superbia e dalla vanagloria ed è perfettamente evitabile solo dai perfetti, per
cui è, ordinariamente,
un peccato veniale, anche se assai odioso (specialmente al prossimo). Infine l’ironia, nella sua accezione morale, è la falsa sottovalutazione
di se stessi, generalmente finalizzata ad ottenere obiezioni a tale protesta
(falsa) di piccolezza e gratuiti attestati di eccellenza e di santità. Anche
questo è, nella specie, un peccato veniale, ma camuffa delle forme assai
raffinate di superbia.
Per concludere il discorso sulla veracità, si ricordi che non è peccato dire i propri peccati reali (ma è altamente
sconsigliabile) o tacere le proprie qualità (cosa che è invece
sempre assai raccomandabile), mentre è sempre peccato mentire in nome dell’umiltà (come quando, per
celare per esempio che si sta facendo un digiuno, si dovesse rispondere
affermativamente a chi chiedesse se si è mangiato. In questo caso o si evita di
rispondere - se si può - oppure umilmente si deve dire la verità).
L’amicizia (o, meglio, affabilità) è un habitus
che ordina l’uomo a trattare tutti, nella vita quotidiana, nel modo dovuto
sia nelle parole che nei fatti. è
senza dubbio una delle virtù più amabili e gradite al cielo e che allietano non
poco la vita di chi entra in contatto con una persona veramente affabile,
cortese, gentile, educata, garbata, sorridente e rispettosa. I vizi ad essa
opposti sono anzitutto l’adulazione, ossia il trattare il prossimo in
modo da compiacergli, sia nelle parole che nei fatti, oltre i limiti dell’onestà
e del giusto; specialmente quando non ci sarebbe niente da adulare per il
cattivo comportamento della persona, oppure quando si cade nell’idolatria e
nell’eccesso di considerazione di una persona umana, per quanto degna e santa
possa essere. Opposto all’adulazione è il litigio, cioè la tendenza ad
avere atteggiamenti irrispettosi, sgarbati e aggressivi nei confronti del
prossimo, contraddicendolo (anche gratuitamente) senza alcun timore di
rattristarlo. Il che, oltre ad essere una mancanza all’affabilità è anche una
brutta mancanza alla carità e pertanto è vizio molto sgradito a Dio.
