Cominciamo con questo articolo l’analisi delle virtù umane. Prima le virtù in generale, poi le virtù cristiane. Le virtù umane (in generale) si distinguono in intellettuali (quelle atte a regolare il buon uso dell’intelligenza) e morali (quelle attraverso cui la volontà esercita il dominio delle passioni). Quelle cristiane, come è noto, si distinguono nelle tre virtù teologali (fede, speranza e carità) e nelle quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), a cui sono collegate e raccordate tutte le altre. Il discorso sulle virtù cristiane avrà come corollario necessario la descrizione dei sette doni e dei dodici frutti dello Spirito Santo, nonché delle otto beatitudini. Le cinque virtù intellettuali sono: intelletto, sapienza, scienza, arte e prudenza. L’intelletto è una virtù intellettuale per mezzo della quale l’uomo ragiona correttamente, applicando in modo adeguato i primi princìpi fondamentali di ogni umano raziocinio (identità, non contraddizione e terzo escluso). Questi princìpi, per la verità, sono innati e conosciuti dall’intelletto in maniera istantanea; la virtù dell’intelletto, tuttavia, ne regola la loro corretta applicazione. Per farsi un’idea pratica dell’importanza di questa virtù, basti pensare a quanti ragionamenti contorti, tendenziosi, a volte bislacchi, speciosi o faziosi fanno gli uomini privi di essa. Concorrono non poco all’acquisto di questa virtù la pacatezza, lo spirito di riflessione, lo studio, la meditazione e, per i credenti, la preghiera. Gesù, per esempio, accusò esplicitamente i suoi discepoli di essere “privi di intelletto”, quando non compresero la metafora del lievito dei farisei oppure l’insegnamento sul puro e sull’impuro (cf Mt 16,5-12 e Mc 7,18). La sapienza è la virtù per per mezzo della quale attraverso le cose create (e le nozioni ad esse relative) l’intelletto risale e conosce le realtà ultime e supreme (Dio e la metafisica). Non stupisca il fatto che essa sia una virtù intellettuale. Conoscere che Dio esiste e che governa l’universo è atto non di fede, ma della ragione (che abbia, ovviamente, acquisito questa virtù). Dicono infatti i Salmi: “Lo stolto pensa: non c’è Dio” (Sal 13,1) e: “Lo stolto pensa: Dio non esiste” (Sal 52,2). Stolto, in senso etimologico, vuol dire stupido, privo di intelligenza. Si legge, inoltre, nel libro della Sapienza (non a caso!!!): “Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere. Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore” (Sap 13,1-5). La santa Madre Chiesa, a partire da queste affermazioni, ha solennemente affermato nella costituzione Dei Filius del Concilio Vaticano I che “Dio, principio e fine di ogni cosa, può esser conosciuto con certezza con la luce naturale della ragione umana a partire dalle cose create” (Denz 3004), aggiungendo che “Se qualcuno dice che Dio, uno e vero, creatore e signore nostro, non può esser conosciuto con certezza, col lume dell’umana ragione, attraverso le cose create, sia anatema” (Denz 3026). La scienza è la virtù per mezzo della quale si conoscono nella loro verità e concatenazione causale tutte le realtà create in se stesse, mediante dei processi che, utilizzando correttamente i primi principi, formulano adeguate nozioni. Tutte le discipline realmente scientifiche (siano esse scienze umane o scienze cosiddette “esatte”) operano adoperando questa virtù, realizzando quella che Aristotele chiamava “una conoscenza delle cose mediante le cause loro proprie”. L’arte è quella particolare virtù per mezzo della quale si realizzano particolari opere dell’ingegno quali pitture, sculture, opere architettoniche, poesie, composizioni musicali, etc. Ad essa si accompagna anche la particolare e concreta “arte” di tutti quei mestieri che sono conosciuti come “artigianato”. Questa virtù può essere certamente acquisita, ma in alcune persone presenta delle particolari disposizioni innate, come gli innumerevoli geni di ogni campo artistico succedutisi nel corso della storia dimostrano senza bisogno di spendere molte parole in merito. Infine la prudenza, che Aristotele definiva la “regina della virtù” e che si definisce come “retta ragione delle cose da compiersi”, è quella virtù per mezzo della quale la nostra intelligenza discerne le cose da farsi o meno sul piano concreto e i mezzi da scegliere per poterle realizzare: è la virtù che consente di ben vivere e ben operare. Gli sforzi per cercare di acquisirla non saranno mai abbastanza. Importantissima, sotto questo punto di vista, è la cura della formazione della propria coscienza e la conoscenza dei principi generali dell’ascetica e della spiritualità.
Tra le virtù comuni agli esseri umani (a prescindere dalla vita teologale della grazia) si annoverano, oltre a quelle intellettuali, le dieci virtù cosiddette morali, che sono preposte al controllo delle passioni. Esse sono dieci più la giustizia, esattamente lo stesso numero (undici) delle passioni umane che debbono controllare e regolare: amore e odio, desiderio e ripugnanza, piacere-gioia e dolore-tristezza, audacia e paura, speranza e disperazione, ira. Esse sono: fortezza, temperanza, liberalità, magnificenza, magnanimità, filotimia, affabilità, veracità, eutrapelia, mansuetudine, a cui si deve aggiungere la giustizia. La fortezza è virtù preposta a moderare la componente irascibile dell’uomo, aiutando la volontà a compiere il bene conosciuto come tale e comandato dalla ragione, anche in presenza di grosse difficoltà incombenti, pericoli, ostacoli e problemi. Ha come vizi opposti la viltà (che fa fuggire di fronte alle difficoltà e ai pericoli) e la spavalderia (che fa compiere cose inopportune o impossibili presumendo di sé), di cui è il giusto mezzo. La temperanza è la virtù che modera l’attaccamento ai piaceri sensibili, indirizzando verso il loro giusto e corretto uso, soprattutto i piaceri legati al tatto (piaceri venerei) e al gusto (gola). Rappresenta il giusto mezzo tra l’intemperanza (che fa abusare o mal adoperare tali piaceri) e l’insensibilità (condizione patologica propria di chi non sente attrattiva verso ciò che è sensibilmente e materialmente dilettevole). La liberalità regola il disordinato attaccamento al denaro e ai beni materiali che si possiedono (detti comunemente “beni di fortuna”), in vista del loro impiego a favore del bene oggettivo del prossimo. L’avarizia è il difetto che le si oppone per difetto, mentre la prodigalità la supera per eccesso. Affine alla liberalità è la magnificenza, che regola l’uso corretto dei soldi e dei beni in vista non del bene oggettivo del prossimo, ma del perseguimento di grandi opere, per sé, per Dio, per il consorzio umano. La considerazione dei suoi due estremi (la grettezza da un lato, lo sperpero dall’altro) ne consente di ben focalizzare l’ambito e l’oggetto. La magnanimità è la virtù che fa tendere verso alti ideali di perfezione e cose grandi, senza peccare di presunzione, vanagloria e ambizione e senza scadere nella pusillanimità, che fa rimanere inerti e inoperosi dinanzi al dovere di ben impiegare i talenti ricevuti. La filotimia è virtù assai importante, che regola l’attaccamento all’onore e ai beni morali, molto simile a quella che comunemente si chiama “modestia”. L’affabilità, virtù davvero splendida e quanto mai rara, è la piacevolezza nel modo di parlare ed agire. Essa rifugge dalla polemica da un lato e dall’adulazione dall’altro ed è una delle virtù che maggiormente concorrono a rendere la vita terrena molto gradevole. La veracità consiste nella sincerità e fedeltà nelle parole (e anche negli atti), in modo che quello che si dice (e si fa) sia fedele al vero e una volta data una parola si sia ad essa fedeli. L’eutrapelia è la moderazione nei divertimenti, nel gioco e, più in generale, nelle attività ricreative. Di esse ne abbiamo certamente necessità, ma non è mai cosa buona abusarne. La mansuetudine tiene a bada e a freno gli impeti violenti della terribile passione dell’ira, perché non esplodano in atti di rabbia, di violenza o quant’altro. La giustizia, infine, regola tutti gli atti morali dell’uomo nei confronti degli altri: di Dio, del prossimo, delle istituzioni, della famiglia, dei superiori e dei sottoposti, etc., facendo in modo, come ben dicevano i romani, che si dia “a ciascuno il suo” (“suum cuique tribuere”) e che ha, come poli opposti e contrari, l’ingiustizia da un lato e la parzialità dall’altro. Tutte queste virtù furono oggetto di studio da parte di grandi pensatori e autori pagani: solo per fare qualche nome, Socrate, Platone e Aristotele in Grecia, Cicerone e Seneca a Roma. Da essi furono anche coltivate con diuturna e costante attenzione e sforzo. Oggi, purtroppo, se ne vedono in giro ben poche. E' la grazia che non fa altro che consolidarle e abbellirle, in quanto esse richiamano la nobile origine (divina) dell’uomo e possono essere facilmente riconosciute, amate e apprezzate da chiunque abbia solo un minimo di buon senso e di buona volontà.

